DOPPIOGIOCO
COREOGRAFIA PHILIPPE KRATZ
DRAMMATURGIA E SCENE FABIO CHERSTICH
SOUND DESIGN LUCA MARIA BALDINI
COSTUMI PATRICIA VILLIRILLO
LUCI VALERIO TIBERI
PRODUZIONE FONDAZIONE NAZIONALE DELLA DANZA / ATERBALLETTO
COPRODUZIONE FESTIVAL APERTO / FONDAZIONE I TEATRI DI REGGIO EMILIA
Dentro una scatola nera, lo spazio è inciso da strisce di luce bianca: un ring, un campo, un confine che pretende di decidere chi siamo. Due canestri gemelli, doppi, sono sentinelle immobili, totem di conquista e fallimento, obiettivi che brillano e si oscurano a seconda di chi li guarda. Tutto è pronto e nulla è stabile: il gioco può cominciare in qualsiasi momento, anche quando nessuno è pronto davvero.
I corpi entrano, si riconoscono, diffidano l’uno dell’altra, si dividono in squadre senza saperne il motivo, si alleano per istinto, si tradiscono per necessità. Ogni gesto è un tentativo, vibra come un presagio, ogni passo è un calcolo o un tremito. Il riscaldamento non prepara, ma rivela: le tensioni, i sospetti, i silenzi prima dello scatto.
Al centro, la palla. Peso, promessa, minaccia. Quando cade, esplode: non è un rimbalzo, è una bomba che apre crepe nel terreno, nel respiro, nel rapporto tra i corpi. Ogni passaggio è un rischio, ogni tiro una confessione. Ci si affida all’altro per istinto, o lo si colpisce con la precisione di un gesto necessario. Ci si protegge e ci si ferisce con la stessa energia.
I tiri alla cieca attraversano l’aria come preghiere o sfide rivolte al vuoto: chi lancia non può sapere se colpirà il bersaglio o la memoria di un intento mancato. In quell’attimo sospeso tutti trattengono il fiato: non è il canestro a contare, ma il coraggio di non guardare, di lasciare andare ciò che non può essere controllato.
E poi il gruppo esplode, implode, si divora, si sostiene. Uno contro tutti. Tutti contro uno. Folla contro solitudine, e solitudine che a volte grida più forte della folla. Le regole esistono solo per essere infrante, il ring è una gabbia solo per chi non osa attraversarlo. Ci si spinge, ci si solleva, ci si ostacola come in ogni giorno delle nostre vite, dove l’amore e la competizione convivono nello stesso gesto.
Ma a un certo punto, senza preavviso, i corpi si sincronizzano. Le due squadre si sciolgono, si ricompongono in un’unica creatura respirante. È un attimo fragile e assoluto: la geometria del campo diventa una guida, non più una barriera. Il conflitto si fa danza, la lotta diventa ascolto. Non c’è più vittoria da cercare, solo un equilibrio improvviso, prezioso come una tregua.
Poi il caos ritorna, perché è nella nostra natura. Le alleanze si disfano, la traiettoria del pallone si spezza di nuovo nell’aria, si moltiplica come i dubbi, come i tentativi. I palloni cadono uno dopo l’altro, bombe lente che raccontano ciò che è stato perso e ciò che potrebbe ancora accadere.